Pec 2

Un professionista su due non ha ancora un indirizzo di posta elettronica certificata (Pec), cioè un recapito email tramite il quale inviare e ricevere messaggi con valore legale, senza ricorrere alla vecchia raccomandata con ricevuta di ritorno. Su 2,3 milioni di iscritti agli Ordini, sono stati registrati finora 1.152.809 indirizzi Pec. Con buona pace delle disposizioni che impongono ai professionisti (dal 2010) e alle imprese (dal 2011) di dotarsi di un indirizzo di posta elettronica certificata e di comunicarlo all’Ordine di appartenenza o al registro imprese (Dl 185/2008). Un obbligo nato per imprimere un’accelerazione alle comunicazioni telematiche tra la pubblica amministrazione, le imprese e i professionisti, facendo viaggiare sempre meno carta tra gli uffici.

Il quadro dei primi cinque anni, per i professionisti, si presenta a due facce. La copertura sul fronte della Pec è pressoché totale per gli ordini che lavorano a più stretto contatto con le aziende, come i commercialisti (ha la Pec il 94%) e i consulenti del lavoro (89%), per gli avvocati, alle prese con il processo telematico (92,7%) e per i notai, tutti dotati di smart card e firma digitale (ciascuno dei 4.856 iscritti all’Ordine ha la Pec). Anche i geometri sono “coperti” al 95 per cento.

Si sono attivati molto meno, invece, per procurarsi la posta dell’era digitale, i medici e gli odontoiatri (il 31% degli iscritti ha la Pec) , gli infermieri (7,9%), le ostetriche (22,7%), gli assistenti sociali (15,9%). Non si piazzano bene neanche i giornalisti, con una copertura del 16,9% per cento. Su questa categoria, però, bisogna considerare che la maggior parte dei 113.511 iscritti (il 74%) è rappresentato da pubblicisti, che possono essere iscritti ad altri ordini e quindi avere la Pec in relazione a un’altra professione.

Supera il 70% la copertura Pec degli architetti e degli ingegneri. Anche se, fa notare Armando Zambrano, presidente del Consiglio nazionale degli ingegneri, e portavoce della rete delle professioni tecniche, “sono le stazioni appaltanti, soprattutto i Comuni, a preferire le comunicazioni su carta e a non usare la posta elettronica certificata”.

In effetti, l’uso non “massivo” della posta elettronica certificata proprio da parte della Pubblica amministrazione sembra uno degli ostacoli maggiori per il successo del nuovo strumento tra i professionisti e le imprese. Solo alcune amministrazioni, infatti, come l’Inail, l’Inps e le Camere di commercio, adottano frequentemente il nuovo canale di comunicazione. Altre amministrazioni continuano a fare affidamento sui vecchi sistemi. E così anche moltissimi clienti dei professionisti: è vero che i messaggi Pec si possono inviare anche a indirizzi di posta elettronica ordinari, ma l’invio e la ricezione hanno valore legale solo se anche il destinatario ha una casella Pec. La rete delle comunicazioni digitali, dunque, ha ancora diversi “buchi” da colmare.

Chi non adotta la Pec, poi, non ha sanzioni di rilievo: le società che non segnalano il proprio indirizzo di posta elettronica certificata quando chiedono l’iscrizione al registro imprese, rischiano al massimo la sospensione della domanda per tre mesi.

Un altro problema è l’aggiornamento delle caselle Pec, che non possono essere costituite una volta per tutte, ma dovrebbero essere mantenute attive (anche se la legge non prevede quest’obbligo). L’indice nazionale degli indirizzi di posta elettronica certificata (Ini-Pec) contiene ad esempio 4,5 milioni di indirizzi di imprese. Una buona fetta di questi, però, sono ormai inattivi, perché mai rinnovati. Per far fronte a questo inconveniente, a breve dovrebbe essere emanata una direttiva dei ministeri della Giustizia e dello Sviluppo economico, che prevede una serie di automatismi per cancellare dall’indice gli indirizzi Pec inattivi e “obbligare” quindi professionisti e imprese a dotarsi di caselle funzionanti.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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