Associazione-Stampa-Romana

La crisi che si è abbattuta negli ultimi cinque anni sull’editoria con la perdita del 16% dell’occupazione stabile non poteva non avere riflessi sulla tenuta dell’istituto di previdenza. Era necessario riequilibrare entrate ed uscite, contributi e prestazioni pensionistiche, provare a ridimensionare un buco da oltre 80 milioni nella gestione caratteristica. Il percorso proposto dall’Inpgi al sindacato è stato molto compresso nei tempi dalla necessità di chiudere la manovra previdenziale entro l’estate. Questo non ha impedito alle Associazioni regionali di stampa e alla Giunta esecutiva della Federazione di analizzarla in modo approfondito, di condividerne con senso di responsabilità l’urgenza e l’impianto di fondo, evidenziandone senza equivoci i principali punti critici da rivedere.

In premessa va sottolineato ancora una volta che questa manovra ha senso solo se finisce l’emorragia degli occupati – in questo senso è arrivata la notizia che la nostra categoria potrà godere degli sgravi contributivi della legge di stabilità del governo Renzi – e se riusciamo a far entrare nel perimetro degli articoli 1 chi tra nuove professioni, presenze sul web e uffici stampa, figure “irregolari” nell’informazione delle reti televisive, è a tutti gli effetti un giornalista dipendente. Questo nodo ci vedrà impegnati dopo l’estate nella nuova tornata contrattuale.

Non possiamo dunque sottovalutare il segnale arrivato dagli editori, che si sono sfilati dall’approvazione della riforma. Gli editori forse non credono più nell´istituto, con i contributi ormai uguali a quelli dell’Inps, oppure ci stanno già dicendo che le loro risorse, già impegnate nella salvezza dell’Inpgi, non saranno disponibili sul tavolo contrattuale. Un elemento che rischia di rendere piena di insidie la prossima trattativa tra Fnsi e Fieg.

Nella delibera che il Consiglio di amministrazione dell’Inpgi ha infine approvato e che sottopone ai ministeri vigilanti ci sono alcuni punti, in particolare, che hanno rilevanza politico sindacale e che dicono qualcosa sul ruolo che l’Associazione Stampa romana ha giocato all’interno del dibattito federale.


Sulla lunghezza temporale insufficiente (24 mesi) delle clausole di salvaguardia per i colleghi in disoccupazione o reduci da crisi aziendali e che non rientreranno facilmente nel mercato del lavoro, non è stato accolto il nostro invito alla riflessione. Restano più esposte al rischio di azzeramento totale del reddito, in attesa di una pensione che si allontana, alcune fasce deboli di colleghi che sarebbe stato necessario provare a tutelare meglio.

In positivo invece rivendichiamo di aver sollevato pubblicamente e con forza il problema della mancata decurtazione nel testo originario dell’aliquota di rivalutazione ai fini pensionistici per le retribuzioni oltre gli 85mila euro. Si tratta di una fascia di reddito privilegiata, che non poteva essere messa al riparo da una richiesta di sacrifici che colpiscono la stragrande maggioranza della categoria. Una scelta insostenibile che saggiamente il Cda ha corretto nell’ultima stesura della manovra: equità significa anche progressività nei sacrifici. Chi più ha, più mette nel piatto e lascia nelle casse comuni. Equità significa riconoscere che le diverse situazioni non possono essere trattate nello stesso modo. Equità, ad esempio, per il futuro prossimo, significa fare una operazione di verità e di trasparenza sull’Inpgi 2, sul calcolo delle pensioni per tutti i non dipendenti iscritti alla gestione separata, che a quanto se ne sa per ora non saranno in alcun modo in grado di garantire neppure la minima sopravvivenza dei colleghi interessati.

Ma, a proposito di equità, spiace constatare che, di fronte a una richiesta pressoché unanime della Giunta della Fnsi e delle associazioni territoriali di non incidere sul sussidio di disoccupazione, non si sia trovato il modo di stralciare questa parte. Secondo le stesse proiezioni dell’Inpgi il risparmio sulla spesa complessiva per le prestazioni è marginale. La logica sembra essere stata: tutti devono fare la loro parte, dal disoccupato al pensionato d´oro. Non tutti però hanno vissuto allo stesso modo gli anni della crisi. Tra chi è in pensione, chi è attivo e chi ha perso il lavoro ed è dunque in disoccupazione bisognava scegliere chi proteggere con maggiore cura. Speculare, in qualche modo, a questa decisione politica del Cda dell’Inpgi sulla disoccupazione, che contraddice le determinazioni assunte dalla Giunta Fnsi e dalla Consulta della associazioni nella riunione congiunta dell’8 luglio scorso, appare anche la scelta di proporre al consiglio generale il taglio del 10% dei compensi di presidente, vicepresidenti, consiglieri di amministrazione, sindaci e componenti del comitato per la gestione separata. Pur essendo un segnale doveroso nella giusta direzione, sembra essere il frutto di una insufficiente percezione della situazione drammatica dell’intera categoria, che ha bisogno di una riforma complessiva e realistica di tutte le sue istituzioni, non solo dell’Inpgi, e degli oneri che queste fanno pesare sui giornalisti.

Una considerazione conclusiva: il fondamento politico dell’esistenza dell’Inpgi come ente privatizzato completamente sostitutivo della previdenza pubblica affonda le sue radici nella sua funzione di garanzia dell’autonomia della categoria, che si sostanzia nel legame democratico-elettorale con i giornalisti e nella funzione di indirizzo delle politiche previdenziali che la legge attribuisce alla contrattazione fra le parti sociali. L’autonomia gestionale dell’Inpgi e la responsabilità amministrativa dei suoi dirigenti, sancite dalla giurisprudenza e dalla legge, rappresentano una garanzia di solidità per il futuro. La maggioranza che governa la Fnsi ha dimostrato di condividere questi valori di fondo votando a larga maggioranza un sì preventivo rispetto alla bozza di manovra e chiedendo una serie di interventi correttivi. La versione finale della delibera licenziata dal Cda dell’Inpgi sancisce invece una parziale presa di distanza dei vertici dell’Inpgi nei confronti degli orientamenti del sindacato. E’ questo un tema di grandissima rilevanza in vista della necessaria e non più rinviabile riforma complessiva dell’Inpgi: occorre per il futuro riflettere non solo sul necessario alleggerimento delle rappresentanze elettive e del loro costo ormai anacronistico, ma anche sulla restituzione alla Fnsi e al sindacato territoriale di un ruolo più incisivo nell’indirizzo delle politiche previdenziali. Un ruolo che non può che passare per la costruzione di un gruppo dirigente dell’Inpgi determinato a rafforzare il legame di solidarietà e condivisione con quello della Fnsi.

Fonte: Associazione Stampa Romana

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