Foto: EPA/JEAN-CHRISTOPHE BOTT
Foto: EPA/JEAN-CHRISTOPHE BOTT

È ora di prendere coscienza che per adesso nell’Eurozona la rivoluzione tecnologica il lavoro l’ha ridotto piuttosto che creato.

È lecito interrogarsi sugli effetti che la rivoluzione tecnologica ha indotto nelle economie tradizionali senza passare per oscurantisti? A mio parere sì, perché è giunto il momento di prendere coscienza di un dato di fatto emerso anche durante il World Economic Forum di Davos: a casa nostra, nell’Unione europea, la digitalizzazione e i giganti player della rete per ora il lavoro l’hanno ridotto piuttosto che crearlo. Negli Stati Uniti ai tracolli di settori storici come quelli della discografia e dell’home entertainment ha fatto seguito una lenta ripresa guidata da un utilizzo intelligente del web.

Ma da quelle parti è più facile fallire, reinventarsi e ripartire. In Europa, mentre perdura la crisi durissima del settore editoriale, le società di telecomunicazioni lo scorso anno hanno fatturato cinque miliardi di euro in meno e anche il comparto del credito, per via della liberalizzazione dei sistemi di pagamento e del boom degli sportelli on line, si trova a fare i conti con forti processi di ristrutturazione del personale.

Non esiste un progetto comune per avviare le giovani leve iperconnesse alle nuove professionalità, sorte invece come funghi negli Stati Uniti, dove le aziende over the top hanno funzionato come incubatrici delle nuove imprese internettiane.

In verità in Italia si è provato ad avviare con le recenti leggi del governo Letta un programma per favorire le nuove imprese digitali con il credito d’imposta, ma è ancora troppo poco, una goccia nell’oceano. Internet marcia a ritmi doppi rispetto a qualsiasi business plan pubblico o privato, con conseguenze che potrebbero essere devastanti dal punto di vista dell’occupazione. Una recente ricerca di due economisti di Oxford, ripresa dall’Economist, ha messo nero su bianco dati che fanno tremare i polsi, a partire dal titolo: The future of employment: how susceptible are jobs to computerisation? La domanda sembra retorica se si prendono per buone le possibilità che da qui a vent’anni una lunga serie di lavori, soprattutto intellettuali e professionali, potrebbero letteralmente sparire.

I due ricercatori hanno assegnato da 0 a 1 (laddove 1 è la certezza) la possibilità per alcune categorie di essere spazzate via dalla rivoluzione tecnologica e messo a punto una sorta di indice di futura disoccupazione.

Se mestieri quali i fisioterapisti (0,003 la probabilità di scomparire), i dentisti (0,004), gli allenatori (0,007), il clero (0,008), gli ingegneri chimici (0,02) e gli editori (0,06) sembrano quasi al sicuro, dagli attori in poi (0,37 su 1 le possibilità di essere sostituiti, non si sa come, da una macchina o da un cartone) sono tantissime le posizioni lavorative a rischio.

Si va dagli economisti (l’indice è 0,43) ai piloti commerciali (0,55) fino ai macchinisti (0,65) e ai word processors (0,81) per finire a quelle figure che sarebbero ad un passo dall’estinzione da qui al 2033: gli agenti immobiliari hanno addirittura l’86% di restare al palo (0,86 l’indice), i venditori al dettaglio sarebbero ad un passo dalla sparizione (0,92) come anche i contabili e i consulenti legali (0,94), mentre per i venditori tv, spazzati via dal web market, sarebbe ormai finita (0,99 l’indice).

Forse Frey e Osborne, questi i nomi dei due profeti di sventura, si sbagliano, ma non è affatto escluso che le economie per certi versi sature come quelle occidentali europee potrebbero trovarsi di fronte ad una netta biforcazione del mercato del lavoro. Da una parte coloro che, altamente specializzati, hanno un futuro di salari mediamente elevati; dall’altra, una fetta consistente di lavoratori che rischiano di passare da un salario importante ad uno più basso ed ipotetico, perché c’è un computer al loro posto.

È in atto un clamoroso passaggio di consegne tra capitale e lavoro, con il primo a dettare le trasformazioni industriali molto più di quanto avrebbe immaginato lo stesso Marx. Brutalmente parlando, quanto tempo ci metteranno i social network a scavalcare gli operatori classici dell’informazione e a renderli inutili? O un sito qualsiasi a rendere superflui i supermercati? C’è un futuro diverso per giornalisti, cassieri, assicuratori, agenti immobiliari, avvocati, commercianti?

Qualsiasi Jobs act, italiano o europeo, dovrà dare risposte a questi interrogativi, soprattutto considerando che nel nostro vecchio continente non ci sono colossi industriali in grado di creare nuovi mercati né Steve Jobs all’orizzonte. Le innovazioni per ora le subiamo e basta.

Nell’Eurozona il tasso dei senza lavoro è al 12,1% e quello giovanile è arrivato al 24,3%. Senza un piano d’azione vero sono cifre che possono solo peggiorare. È venuto il momento di chiedersi che tipo di nuove professionalità potranno essere offerte in concreto a queste persone. Capire cosa porta davvero in dote alla nostra società il nuovo che avanza non significa negarne l’esistenza, ma combatterne la sua ineluttabilità.

di Roberto Sommella – Europa

29 gennaio 2014

Link: www.europaquotidiano.it/2014/01/29/lallarme-di-davos-il-web-contro-loccupazione/

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