di Carlo Paris
ex corrispondente Rai da Gerusalemme
La sera, se passavi al Cellar bar dell’American Colony, avevi molte possibilità di incontrarlo, seduto al bancone a discutere di uno dei mille problemi che animano i racconti del Medio Oriente.
Fabio Scuto impersonava quello che tante generazioni di giornalisti hanno sognato di poter diventare, prima che internet, i social e l’IA prendessero la mano: l’inviato in giro per il mondo, il corrispondente nell’area più calda del pianeta, quella figura quasi romanzesca che ormai leggiamo solo nei vecchi libri.
Fabio, davanti ad un bicchiere di arak o whisky, sicuramente immerso nel fumo di sigari e sigarette, cercava di trovare lo spunto per uno dei suoi articoli da inviare a la Repubblica e negli ultimi tempi del suo soggiorno gerosolimitano al Fatto Quotidiano.
Nelle righe dei suoi resoconti trovavi le notizie più fresche sugli eventi mediorientali condite e profumate con i sapori locali. Quei sapori che tanto amava, nonostante fosse alla continua ricerca di autentiche prelibatezze italiane difficili da trovare a Gerusalemme.
Così l’ho conosciuto appena arrivato in terra d’Israele e Palestina nel 2017. Lui era già lì da tempo e rappresentava per me una fonte di informazioni preziosa. Soprattutto, l’ho scoperto con tempo, una fonte attendibile e onesta, non schierata, non di parte.
Quando ti aspettavi che avrebbe scritto o parlato a favore dei palestinesi, arrivavano le sue parole pro Israele, o il contrario.
E in tutti questi racconti centinaia di nomi di persone, di luoghi che lui aveva conosciuto o dei quali aveva sentito parlare tra un bicchiere e l’altro, tra un piatto e l’altro… Questo era il suo giornalismo: vivere un posto, studiarlo intensamente, assorbirne profumi, sapori, colori, attingere notizie ovunque e da chiunque per poi rielaborarle e sfruttarle al momento più opportuno.
Era lo stesso giornalismo che anche io amavo e sognavo di poter realizzare dopo una vita trascorsa nel calcio e nello sport. Ma mentre provavo a “rubare” a Fabio i segreti del corrispondente mediorientale, lui mi chiedeva informazioni sul calcio mercato della sua Roma, autentica passione forse seconda solo a Gerusalemme e dintorni.
Il suo pensionamento mi è ancora oggi difficile da spiegare, mi chiedo come conoscenze, passioni, esperienze, professionalità, possano essere messe da parte solo per un calendario che non si ferma.
Da pensionato Fabio non ce la fece a staccare subito, gli artigli di quel mondo che aveva raccontato per anni lo tenevano lì e non lo lasciavano andare.
Prese casa ad Abu Tor proprio sotto il mio appartamento e quasi tutti i giorni mi invitava a scendere da lui battendo con la scopa sul soffitto. Sigarette, vino o superalcolico, caffè, e poi fiumi di racconti, chissà forse qualche volta inventati o coloriti dalla sua meravigliosa fantasia…
“quella volta che Arafat mi disse…”
Una volta mandai da lui una giovane studentessa che preparava la sua tesi di laurea sulla difficoltà di raccontare quella parte del mondo. La inondò di così tante storie, notizie, aneddoti, che avrebbe potuto scrivere dieci lauree.
Qualsiasi cosa Fabio scrivesse o raccontasse metteva a nudo il suo amore per il giornalismo e in particolare per quel Medio Oriente che lo aveva catturato, quel Medio Oriente dal quale non è mai andato via completamente.
Quando lasciò la casa di Gerusalemme per tornare in Italia mi disse di prendere le cose che non poteva portare con sé. Tra queste, proprio in questi giorni, ho trovato anche la carta intestata di un albergo di Gaza… ma qui comincia un’altra storia di Fabio.