di Carlo Picozza
Anche Giovanna Casadio ci ha lasciati. I mesi passati sono stati segnati dalla sua malattia e dalla tristezza di quanti – i suoi cari, gli amici e i colleghi (tutti amici anche loro) – l’hanno amata e apprezzata per il suo rigore, la delicatezza d’animo, la gentilezza dei modi, il suo sorriso giovanile, il senso di giustizia e la tenacia nel lavoro.
Già, il giornalismo. Giovanna lo ha praticato con passione e costanza. La sua attenzione verso gli altri, via via, le aveva fatto ampliare la rubrica delle sue fonti e la sua affidabilità ne aveva garantito la tenuta e accresciuto la stima. Il quotidiano – prima Il Lavoro poi la Repubblica – ha avuto una parte di rilievo nella vita di Giovanna. Non tanta però da appannare l’amore e la dedizione verso i valori più profondi. Per accudire i figli piccoli, Franco e Riccardo, ai tempi del suo impegno per il quotidiano genovese, scelse il part time.
Giovanna amava il suo lavoro che ha coltivato fino all’ultimo anche dal letto dell’ospedale, attorniata dal marito, il collega Mauro Porcù, e dai figli. E proprio dall’ospedale, lunedì sera, Mauro mi ha confidato: «Siamo qui, senza più speranze: Giovanna non vedrà l’alba». Di lei, però, resterà l’esempio, accompagnato dal suo sorriso gentile, insieme con il ricordo della sua umanità garbata che ha pervaso la sua vita non solo professionale. Un esempio – questa è la speranza – che sia seguito da sempre più colleghi.
Domani, 19 febbraio, alle 9.30, saluteremo ancora Giovanna nel Tempietto Egizio del Verano.