Chi racconta un paese quando chiude il giornale locale? Chi segue le decisioni del sindaco, raccoglie le preoccupazioni delle famiglie, torna a chiedere perché un servizio non funziona? In un’Italia fatta di piccoli comuni, periferie e comunità che faticano a trovare ascolto, perdere una voce giornalistica significa rischiare di diventare meno visibili. E di restare più soli di fronte ai problemi.
È il tema dei deserti informativi, al centro dell’incontro del 5 novembre alla Camera dei deputati sulle minacce al pluralismo e all’indipendenza dei media. All’evento hanno partecipato Valentina Grippo, organizzatrice dell’incontro, relatrice della risoluzione e delle raccomandazioni del Consiglio d’Europa e vicepresidente della Commissione Cultura della Camera dei deputati; Paola Spadari, segretaria del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti; Guido D’Ubaldo, presidente dell’Ordine dei giornalisti del Lazio; e Alessandra Costante, segretaria generale della FNSI. Un confronto sul rapporto tra libertà di stampa e vita quotidiana dei cittadini, a partire da una convinzione: un giornalismo in salute è un bene comune, perché permette alle persone di conoscere, partecipare e chiedere conto delle decisioni che le riguardano.
L’Europa conserva un primato di cui essere orgogliosi. I sette Paesi nella fascia più alta della classifica sulla libertà di stampa di Reporter senza frontiere sono tutti europei: Norvegia, Paesi Bassi, Estonia, Danimarca, Svezia, Finlandia e Irlanda. Un patrimonio che richiede cura e scelte concrete. L’Italia, al 56º posto su 180 Paesi, resta lontana da quelle posizioni e arretra rispetto al 49º posto del 2025.
I segnali della fragilità italiana si incontrano anche nelle strade dei nostri quartieri. Tra settembre 2019 e settembre 2023 sono scomparse 2.667 edicole, il 16,5% del totale. Nel solo territorio provinciale di Roma ne sono state perse 303. Dietro una saracinesca abbassata c’è un punto di accesso all’informazione che viene meno, insieme a un luogo di incontro e confronto quotidiano.
La desertificazione informativa riguarda però anche ciò che accade prima che un giornale arrivi ai lettori: la presenza di cronisti, il tempo per verificare una notizia, la possibilità di seguire con continuità una comunità. Un territorio può essere pieno di messaggi, pagine social e contenuti condivisi, ma avere sempre meno giornalisti che fanno domande, confrontano le fonti e controllano l’operato di chi amministra.
Su questo scenario pesa anche la concentrazione della proprietà editoriale. Un tema richiamato dal presidente dell’Ordine dei giornalisti del Lazio, Guido D’Ubaldo, che ha sottolineato il valore dell’educazione all’informazione, soprattutto per le nuove generazioni.
“Le concentrazioni editoriali sono un tema centrale anche in Italia, perché riguardano il pluralismo e l’autonomia dell’informazione. Ai giovani dobbiamo insegnare che non basta fermarsi alle notizie che arrivano sui social: è importante leggere i giornali, anche nelle loro edizioni digitali, e riconoscere il lavoro di chi verifica le fonti e risponde a regole deontologiche. Questa responsabilità è una garanzia per i cittadini”.
Sapere chi possiede un giornale, chi lo finanzia e quali interessi possa avere aiuta il pubblico a valutarne l’indipendenza. Da qui la proposta di una banca dati europea sulla proprietà dei media, che renda accessibili e confrontabili gli assetti societari e i soggetti che esercitano il controllo. La trasparenza è una condizione essenziale per rendere riconoscibili eventuali conflitti di interesse e rafforzare la fiducia dei lettori.
La stessa attenzione deve riguardare le condizioni di chi produce informazione. Un cronista pagato poco, un freelance senza tutele o un giornalista esposto a iniziative legali intimidatorie dispone di meno risorse per approfondire, verificare e portare avanti un’inchiesta. La precarietà può impoverire anche il racconto dei territori, lasciando senza seguito vicende che avrebbero bisogno di tempo e presenza.
A queste difficoltà si aggiungono i cambiamenti introdotti dalle piattaforme e dall’intelligenza artificiale. Gli algoritmi incidono sulle notizie che incontriamo e sulla visibilità delle fonti. Diventa quindi ancora più importante riconoscere chi ha prodotto un contenuto, attraverso quali verifiche e sotto quale responsabilità editoriale.
Per l’Italia, difendere il pluralismo significa sostenere l’informazione locale, tutelare il lavoro giornalistico, garantire l’indipendenza del servizio pubblico e rendere trasparenti proprietà e finanziamenti. Significa fare in modo che anche una piccola comunità abbia qualcuno disposto ad ascoltarla, raccontarla e porre le domande necessarie. Perché dove si spegne l’informazione diventa più difficile, per tutti, far sentire la propria voce.