Il giornalismo non gode di buona salute

foto: ODGNAZIONALE

Nel 2025 raccontare i fatti in Italia è diventato più pericoloso. Non è un’impressione, ma un dato che pesa come un macigno: 677 giornalisti sono stati minacciati o aggrediti, il 31% in più rispetto all’anno precedente. È il numero più alto mai registrato dall’Osservatorio Ossigeno per l’Informazione e fotografa un clima che si fa sempre più ostile verso chi prova a informare. Nel 2024 i casi erano stati 516. In dodici mesi la curva non è salita: è schizzata in alto. Un dato parziale legato al primo semestre del 2025 riporta che: a essere minacciati sono per il 74% sono uomini e il 26% donne. La forma più diffusa non è l’aggressione fisica, ma l’avvertimento (61%), seguito dall’abuso di denunce e azioni legali (17%), dalle aggressioni vere e proprie (13%), dai danneggiamenti (5%) e dall’ostacolo all’accesso alle informazioni (3%).

Altri dati ancora che mappano più meticolosamente le minacce sono le provenienze: il 39% arriva da istituzioni pubbliche, il 33% dall’area sociale, il 12% da contesti condominiali o locali, l’8% da ambiti imprenditoriali e il 4% dalla criminalità. Un elemento che sposta l’attenzione: il pericolo per i giornalisti non arriva solo dalle mafie o dai margini illegali, ma molto spesso da chi esercita potere, anche formale.

Anche le querele temerarie, le famigerate SLAPP hanno numeri rilevanti: 93 casi documentati nel solo 2025, contando solo quelli più evidenti. Una cifra che, secondo gli stessi osservatori, è probabilmente sottostimata.

Se si guardano i dati ufficiali della Criminalpol, limitati alle denunce presentate alle forze dell’ordine e al solo primo semestre 2025, il quadro resta comunque allarmante. In sei mesi si contano 81 episodi di minacce e aggressioni, contro i 46 dello stesso periodo del 2024: un aumento del 76%. La maggior parte nasce in contesti socio-politici, seguiti dalla criminalità comune e organizzata. Le modalità sono varie, ma il web è diventato uno dei terreni preferiti: 31 intimidazioni online, seguite da scritte minacciose, aggressioni fisiche e minacce verbali. E non è un fenomeno “neutro”: 20 episodi hanno colpito giornaliste, mentre in altri 15 casi nel mirino sono finite redazioni e troupe intere.

Il 2025 è stato anche l’anno delle aggressioni eclatanti. Bombe sotto le auto, come nel caso di Sigfrido Ranucci. Minacce simboliche e brutali, come la testa mozzata di un capretto trovata davanti casa di una giornalista di Fanpage. Assalti alle redazioni, insulti sessisti, campagne diffamatorie anonime, cronisti aggrediti mentre lavorano per strada, negli stadi, durante i servizi di cronaca. Episodi diversi, ma un unico filo rosso: far capire che raccontare costa caro.

Nonostante prosegua il processo legislativo in corso sulla bozza di riforma il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti a tal proposito ritiene che per la diffamazione e la tutela delle fonti giornalistiche il lavoro sia lungo ancora. Positiva, invece, l’esperienza del Centro di Coordinamento per la protezione dei giornalisti istituito presso il Ministero dell’Interno, anche se il numero di minacce e aggressioni resta alto e desta molta preoccupazione il clima di ostilità e intimidazione nei confronti dei giornalisti.

Il quadro europeo non consola. Nel 2024 l’Italia è stata il quarto Paese UE per numero di SLAPP, con 62 casi, dietro solo a Polonia, Malta e Francia.

Alla fine i numeri raccontano più di mille dichiarazioni ufficiali. Raccontano un Paese in cui informare è sempre più rischioso, fisicamente, legalmente, professionalmente. Un Paese in cui il problema non è solo chi minaccia, ma quanto queste minacce riescano davvero a fare paura. E forse la domanda più scomoda è proprio questa: quante storie non vengono più raccontate perché il prezzo da pagare è diventato troppo alto?