di Maurizio Paganelli
Il tempo si è fermato per te, caro amico Guglielmo. Ieri avvertivo una sensazione strana, ero inquieto e avevo paura di una telefonata simile a quella di un altro martedì, il 19 marzo di due anni fa, quando Cristina mi comunicò che Mauro Bene era morto nel suo letto a Roma. Potrete non credere alle premonizioni, ma non so come altro chiamarle queste sensazioni anomale.
Pensavo a Guglielmo che non avevo sentito da un poco di tempo, da febbraio. Da anni, ormai, era malato, sempre a fare esami e controlli, per periodi ricoverato, tumori e liquido nei polmoni da drenare, BCPO e asma, e non so che altro. Spariva e riappariva su Facebook, aveva esultato per la vittoria del No al Referendum sulla giustizia. Poi il 24 marzo un lungo commento sulla vendita di Repubblica. La telefonata, ieri mattina, è poi arrivata sul tardi e nel frattempo avevo visto che il cellulare di Guglielmo era spento dalle 15 e 14 del giorno prima.
Ho sentito Francesca, indimenticabile colonna dell’esperienza di Repubblica-Salute dove avevo rincontrato Guglielmo. Ecco, era in clinica, di nuovo, fiaccato, non riusciva neanche a camminare, faticava a parlare e, a volte, a scrivere. “Ha finito di soffrire”, mi sento dire.
Mi passano davanti agli occhi le ormai decine di anni trascorsi insieme, prima in Cronaca di Roma, poi a Salute. Aveva ricevuto delusioni da Repubblica ma è stato sempre legatissimo al giornale al quale ha dato tanto. È stato molto vicino ad Eugenio Scalfari, in qualche modo anche protetto da lui. Si intendevano.
Guglielmo faceva parte di quel gruppetto di giovani – con Mauro Bene ed altri – inserito (anche tramite una vertenza sindacale) nel giornale fin dagli inizi. Nato a Napoli e poi trasferito a Roma e cresciuto romanista, Guglielmo era un ex militante de Il Manifesto, e con me ricordava a volte, con ironia, la sua formazione cattolica, la frequentazione del liceo di preti, al San Leone Magno. Era stato un comunista dissidente, critico verso il Partito di “Gramsci-Togliatti-Longo e Berlinguer” e il “socialismo reale”, abituato a difendere i più deboli e a schierarsi dalla parte degli indifesi e degli umili. Era un convinto sostenitore dell’Unità della Sinistra, oltre le divisioni e gli steccati ideologici che la caratterizzano. Come tutti noi aveva le sue contraddizioni, è stato una grande amante della vita e del divertimento, del mangiare, del cinema, della cultura, delle feste. Gentile, rispettoso, onesto, grande organizzatore.
Ricordo le notti e i giorni al lavoro al desk, la sua fiducia, le ore a discutere e a capire come meglio approcciare una notizia, come costruire le pagine. Accordi e disaccordi. La sua curiosità e vivacità, l’entusiasmo che metteva nelle cose, la voglia di vivere e anche – perché no – di divertirsi. E le partite allo stadio, l’amore per la sua famiglia, l’affetto e rispetto per sua sorella con la sindrome di Down (”Lei mi ha dato, credo, più di quanto mi ha dato l’assoluta maggioranza delle persone”, mi confidava), il suo buen ritiro – d’estate e nel buio periodo del Covid – nella villa alla Bufalotta, ancora le feste (ne ricordo una in particolare per Federico e Norma qualche tempo dopo la nascita)…
Ed è proprio a Norma che faceva sempre riferimento, la sua compagna di vita e di dialoghi, lei direttrice del quotidiano Il Manifesto fino alla pensione, la madre di suo figlio, l’amatissimo Federico. Con loro non si perdeva – fin che ha potuto – un festival del cinema di Venezia: era il suo appuntamento fisso a settembre.
Quando l’ho conosciuto a Repubblica scriveva negli Spettacoli sotto la direzione del “grandissimo” Orazio Gavioli. Poi si avviò a diventare il capo della Cronaca di Roma del giornale. Con lui c’erano- se non sbaglio – Giovanni Scipioni, io, Susanna Nirensztein, Alessandra Rota, Ambra Somaschini, Simona Casalini, Ernesto Assante e poi Roberto Giannetti e Roberto Cossu, ma sicuramente sto dimenticando altri. Una cronaca “bianca” legata agli Spettacoli. Periodo ideale per lanciarla: c’era nella giunta comunale romana, a quell’epoca, quel prodigio di idee e di iniziative che rispondeva al nome di Renato Nicolini.
La cronaca “nera” e lo sport arrivarono dopo un poco con l’innesto degli “assi” dell’ex Paese sera (Boccacci, Lugli, Radice…). E quanti altri poi, da Luca Villoresi a Eugenio Cirese e Carlo Picozza, Carlo Ciavoni, Massimo Dell’Omo (che poi diventerà capocronista), Francesca Giuliani (che capocronista è ora) Cecilia Gentile, Lucio e Anna Rita Cillis, Gianluca Moresco, Mattia Chiusano, Pierangelo Maurizio, e sicuramente ne dimentico altrettanti, potenti collaboratori e collaboratrici che hanno fatto carriera.
In una sua vecchia rubrica (Noi&Voi) di Salute, in occasione di un documentario su Carlo Rivolta, Guglielmo ricordò i primi anni di Repubblica:
«Nel 1976 ci ritrovammo (con Carlo Rivolta, ndr) a Repubblica, nel grande stanzone al secondo piano del palazzo di piazza Indipendenza, dove convivevano cronaca e politica interna, e dove ci appoggiavamo nei primissimi tempi noi collaboratori. Solo da aprile, con i primi contratti, iniziammo ad avere diritto ad una nostra postazione di lavoro fissa, anche perché alcuni di noi “chiudevano” in tipografia il giornale e restavano lì per la “ribattuta”, che in pratica era la seconda edizione della giornale».
Ci ritrovammo invece con Guglielmo, anni dopo, a Salute, dove mi accolsero con estrema pazienza Arnaldo D’Amico, Elvira Naselli, Daniele Diena, Arturo Cocchi, Francesca Ciarcianelli, l’indimenticabile e allegro Giorgio Fasan. E c’erano già da Napoli Giuseppe Del Bello e il “medico rosso” (e romanista anche lui) Roberto Suozzi. Guglielmo era maturato in tutti i sensi. Agli inizi della Cronaca di Roma eravamo “pirati” nell’Oceano dell’informazione su barchette che divennero via via navi condotte da Eugenio Scalfari, ammiraglio in capo. A Salute arrivai che il lavoro iniziale e il varo del nuovo magazine era avviato e consolidato. I tempi erano cambiati, il direttore pure, c’era Ezio Mauro. Si passava da un vicedirettore come Gianni Rocca che temeva – come tanti un tempo – l’utilizzo di parole come cancro e tumore (”male incurabile” si diceva) ai nuovi medici-divulgatori, alle battaglie di Umberto Veronesi anche sull’uso della lingua. Fu Guglielmo, anche allora all’avanguardia, a coniugare il diritto alla salute, l’informazione, la responsabilità, il rapporto fruttuoso e corretto della stampa con i giganti della farmaceutica nel rispetto del lettore-cittadino-paziente. Nessuna demonizzazione – anche nel rapporto trasparente con la pubblicità – ma il tentativo di raccontare la ricerca e il progresso della scienza. Benessere: stile di vita, personalizzazione delle cure, prevenzione, bilanci di salute, rapporto costi-benefici. E così il suo “giornale della Salute” si apriva all’alimentazione, all’esercizio fisico e lo sport, alle campagne e attenzione alla Terza Età, alle terapie complementari, le non-convenzionali. Non furono pochi gli scontri e incontri di Guglielmo anche con i “mostri sacri” dell’informazione scientifica, dalle polemiche con Piero Angela a quelle con Roberto Burioni.
Aveva, il buon Guglielmo, un innato senso di rispetto per le “opinioni di minoranza”. Forse per questo ingaggiava battaglie che per molti potevano essere considerate anti-scientifiche (vedi omeopatia , terapia Di Bella o vaccini) ma che si dovevano leggere sul piano dei diritti e della libertà. Temi assai delicati quando si affronta la sanità pubblica. A Guglielmo piaceva discutere, polemizzare, e soprattutto difendere – credo – il concetto di consapevolezza, autoregolamentazione e decisione. “Il corpo è mio e decido io”, non era uno slogan solo femminista. Certo, poter scegliere ma essere informati. Correttamente informati. Sentiva il peso della responsabilità in una materia così delicata che accende speranze e porta a grandi delusioni. Dove il successo di un farmaco magari è calcolato sulla base di una media di sopravvivenza di una manciata di mesi, quando va bene. E poi c’erano le battaglie per la sanità pubblica, lo scandalo delle liste d’attesa, le truffe al servizio sanitario, le lottizzazioni e politicizzazioni delle Aziende sanitarie e degli ospedali, le buone pratiche da divulgare e le cattive da estirpare.
Caro Guglielmo il tuo sorriso mi accompagnerà anche in quest’ora così triste. Ringraziarti per tutto quello che hai fatto, per la fiducia che mi hai dato, non è una novità. Avrei voluto per te maggiori riconoscimenti da parte del tua giornale, a cui hai dato tanto e a cui tenevi tanto. Spesso nelle grandi organizzazioni – e i grandi giornali lo sono, non certo una famiglia come ho sentito innumerevoli volte – si sottovaluta la passione con cui si fa il proprio lavoro e il profondo attaccamento professionale. Questo avviene spesso proprio nei giornali, laddove tante persone si identificano in un progetto, cercando di dare il meglio della propria intelligenza e capacità e tempo. Non tutti vengono ripagati adeguatamente. Tu non ti rassegnavi al lento declino di Repubblica. E com’è stato sempre ti ribellavi. A te Guglielmo basti il rispetto e l’affetto di tanti.
Ciao