Metro

L’editore di Metro ha annunciato ai giornalisti l’intenzione di modificare il calendario delle uscite: il giornale non sarà più in edicola il lunedì, ma solo dal martedì al sabato. Una decisione che «impatterà in modo grave e sostanziale sugli accordi sottoscritti, sulla natura stessa del giornale, sul trattamento economico dei giornalisti», lamenta in una nota il Cdr.
I giornalisti avevano già accettato un durissimo piano di ristrutturazione che prevedeva la messa in solidarietà alla percentuale del 50%. Ora, venendo a mancare maggiorazione del lavoro domenicale, i lavoratori si ritroveranno con uno stipendio ancora più basso.
L’assemblea dei redattori ha chiesto una forma di compensazione per il futuro mancato introito e l’editore ha risposto offrendo un aumento di 2 euro sui buoni pasto: risposta che i giornalisti giudicano «umiliante e offensiva».
In più la proprietà ha intenzione di ridimensionare il servizio degli spettacoli locali dedicati alle città di Milano, Roma, Torino, con inevitabili impatti sulla raccolta della pubblicità locale, tra le più redditizie. Ecco perché giornalisti e Cdr hanno proclamato lo stato di agitazione.

Ecco cosa scrivono ai lettori di Metro il Cdr e l’assemblea dei giornalisti.

Cari lettori,
il Metro che avete conosciuto in questi 17 anni sta per cambiare radicalmente faccia. Prossimamente, infatti, non uscirà più il lunedì. Uscirà dal martedì al sabato. La modifica del calendario delle uscite del nostro quotidiano, che l’Editore ha ufficialmente comunicato nelle settimane scorse al Cdr, non è un semplice dettaglio tecnico, ma impatterà in modo grave e sostanziale sugli accordi sottoscritti, sulla natura stessa del giornale, sul trattamento economico dei giornalisti.
Appena lo scorso dicembre, infatti, i giornalisti avevano accettato un durissimo piano di ristrutturazione proposto dall’Editore che prevedeva la messa in solidarietà alla percentuale del 50%. Una rinuncia grave (metà stipendio), in cambio di un minimo di stabilità per i quasi due anni di durata dell’accordo che parevano garantiti. Non è stato così, purtroppo. A pochi mesi dall’entrata in vigore dell’accordo, l’Editore, modificando il calendario delle uscite, che non faceva parte dell’accordo di solidarietà, priverà i giornalisti della maggiorazione del lavoro domenicale, sottraendo così, unilateralmente, risorse economiche aggiuntive rispetto a quelle cui i giornalisti in cassa integrazione erano già costretti a rinunciare.
È diritto dell’Editore, si intende, decidere le uscite. Ma ai giornalisti che gli chiedevano una doverosa compensazione per l’ulteriore perdita che si apprestano a subire, proponendo un abbassamento della solidarietà in cambio di ore di lavoro in più da dedicare al giornale, ha risposto offrendo 2 (due) euro in più a buono pasto per ogni giorno lavorato, ritenendo non necessario il lavoro giornalistico offerto. Una risposta che l’assemblea dei giornalisti ha giudicato umiliante e offensiva, rispedendola al mittente. A parte il senso di frustrazione, è grande la preoccupazione dei giornalisti per la vaghezza, anzi per l’assenza di un piano di rilancio del quotidiano che ha introdotto la free press in Italia: l’Editore ha detto di voler rinunciare all’uscita del lunedì, progetto che di per sé pare un salto nel buio per un giornale popolare e diffuso tra i pendolari come il nostro, senza produrre dati, cifre, studi, previsioni inoppugnabili. Non solo. Contestualmente al cambio dei giorni di uscita, verrà drasticamente ridimensionato un intero servizio, quello degli spettacoli locali dedicati alle città di Milano, Roma, Torino. La decisione pare sorprendente, in un periodo come questo, in cui la maggior parte della raccolta, come ha riferito lo stesso Editore, è assicurata dalla pubblicità locale, e inquietante, per i riflessi che un simile ridimensionamento potrà avere sull’organico. Per queste ragioni, i giornalisti entrano in stato di agitazione.

Fonte: www.fnsi.it

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