Federica Angeli

Un carro funebre trainato da sei cavalli neri, un elicottero che lancia petali di rosa e centinaia di persone sul sagrato di una chiesa della periferia romana, i cartelloni affissi in bella vista piangono l’addio al «Re di Roma», in sottofondo le note della colonna sonora de Il Padrino. A Roma va in scena il funerale di Vittorio Casamonica, capo clan della nota famiglia di origine nomade più volte finita agli onori della cronaca come protagonista del malaffare romano. L’evento non passa inosservato, non può passare inosservato se l’intento è proprio quello di lanciare un messaggio nitido: i Casamonica sono ancora sulla piazza, pronti a “riprendersi” Roma. A parlarne è Federica Angeli, cronista de La Repubblica vittima di minacce da parte della criminalità organizzata romana e per questo sotto scorta.

Qualcosa non ha funzionato giovedì scorso durante i funerali di Vittorio Casamonica. Quello che salta all’occhio della vicenda è un evidente rimpallo di responsabilità. Il prefetto di Roma Franco Gabrielli parla di “difetto di comunicazione”. Come sarebbero dovute andare le cose? 
Spiego il mio punto di vista, e cioè come sarebbe auspicabile che situazioni di questo genere si svolgessero. Non possiamo pretendere di fare una lotta alla criminalità organizzata senza sapere come la criminalità organizzata si muove. È da stupidi pensare di combattere qualcosa che non si conosce. È necessaria una prevenzione e questa sta nel conoscere il nemico. Il problema non sono state, secondo me, le modalità del funerale, perché queste persone sono solite celebrare i loro defunti in questo modo, in tutta Roma. Anche gli Spada ad Ostia, ad esempio, in occasione dei funerali ostentano carri e macchine. Ed è così in tutte le situazioni: i battesimi, i matrimoni e tutte le altre occasioni vengono celebrate nel massimo dello sfarzo. Il problema è stato, invece, appendere dei cartelloni ad una chiesa scrivendo “È morto il re di Roma”. In questo c’è la sfida alle istituzioni ed è questo che noi non dobbiamo permettere. Anche perché le avvisaglie c’erano: la richiesta di partecipare ai funerali da parte di persone agli arresti domiciliari è una informazione che non può essere sottovalutata. Se si capisce che è morto il capo di un clan è ovvio che ci si aspetta in piazza la presenza di cinquecento persone. Esattamente come avviene al sud, dove i funerali di determinati personaggi vengono celebrati alle cinque del mattino, nascosti dalla città, come se si dovessero nascondere – perché, ovviamente, la celebrazione di una persona che in vita ha commesso crimini di ogni tipo va nascosta: non è una celebrazione che va ostentata. Ecco, questo io avrei voluto, questo mi sarebbe piaciuto che accadesse. Perché degli elementi per stoppare un funerale del genere, anzi un’ostentazione del genere, più che la celebrazione di un funerale, c’erano. Quindi impedire di mettere su una chiesa dei cartelli come quelli che sono stati affissi, impedire di mettere una determinata musica – perché è una sfida mettere la musica de Il Padrino – è anche, se mi posso permettere, una sfida alla Chiesa. Non sono stati celebrati i funerali di Welby, ma quelli di un malavitoso sì? No. Anche perché Papa Francesco è stato molto chiaro sulla posizione della Chiesa rispetto alla criminalità organizzata. La critica che si può muovere è quella di aver sottovalutato delle informazioni che in realtà sono circolate.

A lungo si è discusso del ruolo della Chiesa e del parroco in questa vicenda. Da una parte le accuse di connivenza, dall’altra la giustificazione per un rito sacro imprescindibile per i cattolici. Don Luigi Ciotti – fondatore di Libera e da sempre in prima linea nella lotta alle mafie – ha parlato di strumentalizzazione del rito funebre da parte del clan per rafforzare prestigio e posizioni di potere.
Sono assolutamente d’accordo con le parole di don Ciotti. L’atteggiamento del prete, invece, che, anche il giorno dopo, ostinatamente ha continuato a ripetere che avrebbe celebrato ancora il funerale perché non si era accorto di quanto accadeva al di fuori della Chiesa non è accettabile. La lotta alla criminalità organizzata non è solo un problema della questura e delle Forze dell’ordine. Si tratta di un impegno civile, quindi anche della Chiesa. Anche la Chiesa deve prendere le distanze, che non significa non celebrare il rito religioso: il parroco avrebbe dovuto chiedere che il defunto arrivasse con un piccolo carro, alle cinque di mattina, nascosto da tutti, senza musica e tutto lo sfarzo che abbiamo visto giovedì scorso. Ci vuole attenzione, perché altrimenti continuiamo a scandalizzarci per cose che succedono e sono già successe. Noi dobbiamo scandalizzarci prima e impedire che accadano, perché io vivo sotto scorta e pago il prezzo della libertà che hanno queste persone di poter manifestare con le bandiere celebrando un re di Roma che è un boss mafioso. Io ho sacrificato la mia libertà in virtù di cosa? Di vedere queste persone girare liberamente? Io non ritratto le mie denunce e vado avanti con la mia vita sotto scorta perché credo fortemente in questo mio impegno, ma situazioni del genere non rendono giustizia alla mia condizione. Bisognerebbe impedire a questi personaggi di usare un luogo sacro per celebrare persone che in vita hanno rovinato la vita altrui. Perché questo personaggio ha fatto piangere tante persone, con l’usura, con le estorsioni, e ha terrorizzato un intero quartiere della città. Non va celebrato in morte come se fosse stato un eroe.

A proposito di questo, Padre Francesco Fissore, parroco della chiesa di San Girolamo Emiliani, in cui è stato celebrato il suffragio del boss, dichiara di conoscere i Casamonica: queste persone frequentano la parrocchia e «non hanno mai dato alcun problema. Hanno un loro modo di fare».
Vengono meno i principi della cristianità. Io capisco il perdono, che è uno dei capisaldi del cattolicesimo e della Chiesa, però esiste anche un distinguo tra i peccatori, a questo punto: non è sufficiente un rito per rendere immacolata una persona che in vita ha fatto del male ad altre persone. È vero che non ha fatto direttamente del male alla Chiesa, ma ha fatto del male ai cristiani che vengono nella tua Chiesa e tu, da parroco, hai il dovere di difenderli, di difendere persone che non hanno possibilità di difendersi per paura di ritorsioni. Sarebbe dovuto arrivare un messaggio forte anche dalla Chiesa. E mi sconcerta che il Papa ancora non si sia espresso.

Attraverso il funerale show, i Casamonica hanno voluto lanciare un messaggio chiaro: quello del “Comandiamo ancora noi”. Dopo Mafia Capitale qual è in quest’ottica il peso dei Casamonica? 
Queste famiglie di origine nomade – io li considero italiani, non criminalità straniera, perché si sono affiliati, come per esempio i Fasciani e gli Spada (questi ultimi cugini dei Casamonica) e i Di Silvio – sono da considerarsi criminali romani. Sicuramente si sentono forti e non perdono occasione per dimostrarlo. Siamo noi che perdiamo occasioni – e in questo mi riferisco alle istituzioni – per dimostrare quanto, volendo, siamo più forti noi. È una sfida che loro hanno assolutamente vinto. Non vinceranno in futuro, perché con l’arrivo di Pignatone le cose cambieranno, ma non può essere lasciato tutto nelle mani della Procura. Io ho molto apprezzato anche i cittadini che il giorno dopo sono andati davanti quella chiesa a protestare.

Per il 3 settembre è stata, inoltre, indetta una manifestazione a cui parteciperanno anche i presidenti dei Municipi romani, proprio nella piazza in cui si è consumata la messinscena.
Sì, ma il problema è che siamo sempre lì a rincorrere le malefatte: noi dobbiamo impedire che avvengano. È inutile manifestare dopo, è inutile fare le sfilate gridando “No alla mafia” se poi nel quotidiano la mafia la fa da padrona. Ad esempio, io affacciandomi al balcone ho la bisca degli Spada sotto casa. Io ho messo in pericolo la mia vita e quella dei miei tre bambini e non posso accettare se non delle scuse da parte delle istituzioni. Io pretendo delle scuse, perché mi sto sacrificando. È vero che tu, Stato, mi hai affiancato la scorta, ma la scorta è un sacrificio, non è un privilegio.

Gabrielli afferma che «Non si può parlare di criticità del luogo. Sicilia, Calabria e Campania hanno un’altra storia in quanto a radicamento del sistema mafioso» e sembra quasi assolvere Roma e cadere nel luogo comune della mafia al sud. Nonostante la bufera di Mafia capitale, si continua a sottovalutare la presenza mafiosa sul territorio romano e laziale?
Io con Gabrielli ho avuto modo di confrontarmi da giornalista a prefetto.  È una persona competente. Ha capito perfettamente le dinamiche di questi gruppi criminali. È ovvio, però, che ci siano delle differenze con le mafie tradizionali: la mafia romana – non mi stancherò mai di dirlo – nasce e si sviluppa come l’evoluzione delle mafie storiche. Mentre nelle terre tradizionali di mafia si è iniziato con la lupara, con le armi, qui la fase iniziale è durata meno, grazie sicuramente alla territorialità di Roma e all’impreparazione della magistratura. Le mafie autoctone sono riuscite a fare il patto subito, quindi ad inquinare l’economia con una certa rapidità. Noi ci troviamo ad un livello di controllo del territorio che è pari a quello del sud, se non maggiore. Perché le collusioni – quello che è stato portato a galla da Mafia Capitale – tra politica, macchina amministrativa e criminalità organizzata sono tali per cui non si riconosce più il criminale dall’imprenditore o dal funzionario pubblico. È come il passaggio dall’eroina alla cocaina: mentre il drogato di eroina è riconoscibile perché rallentato e impacciato nel camminare, quello di cocaina è potenzialmente chiunque accanto a noi. Questa stessa situazione è riscontrabile tra le mafie tradizionali e la nostra: qui hanno assunto le caratteristiche che dopo trent’anni hanno avuto quelle del sud. Si sono radicate inquinando il tessuto economico. Io non credo che Gabrielli abbia sottovalutato la situazione.

Qualcosa, però, non è andata nel verso giusto. 
In questo caso del funerale hanno sbagliato tutti: doveva essere un’avvisaglia quella dei permessi richiesti per partecipare ad un funerale. Avremmo dovuto capire che sarebbe stata un’ostentazione. Anche l’elicottero che si alza da Napoli e arriva fino a Roma è inconcepibile: e durante il Giubileo cosa potrebbe succedere? Se invece di petali avessero lanciato altro? Non ci può essere più una sottovalutazione della situazione, ci dobbiamo svegliare, si devono svegliare. Non è che uno sacrifica la propria vita, la propria libertà quando poi ci sono persone che manifestano in questo modo. Di questo passo domani potrei ritrovarmi una manifestazione sotto casa in cui si gridano insulti verso il mio terrazzo. Dobbiamo farli vincere? No, non è giusto per i miei figli, non è giusto per me, per la mia condizione e per tutti quelli che veramente portano avanti una lotta quotidiana, di ora in ora, contro le mafie.

Fonte: Articolo 21

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