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Da un corso di formazione per giornalisti dell’Ordine del Lazio -martedì 30 gennaio, Auditorium Ara Pacis, titolo “Giornalisti tutte le regole da cambiare”- sono venute fuori notizie. In ciascun intervento.

NON PIU’ RINVIABILE. Il sottosegretario all’Editoria Alberto Barachini ha detto che “la riforma dell’Ordine non è più rinviabile. Siamo impegnati tutti perché questo avvenga. Il governo è disponibile a un’intesa con Fnsi e Ordine per cercare di accelerare le procedure, ma sempre con l’intesa di tutte le parti politiche”. Insomma, se il Parlamento non sarà solerte, il Governo interverrà.

LA VOLTA BUONA. Il Presidente dell’Ordine del Lazio Guido D’Ubaldo ha ricordato che tanti progetti di riforma sono stati presentati, negli anni, in Parlamento: “Nessuno è mai andato in porto. Ci auguriamo che stavolta l’esito possa essere diverso”.

ISCRITTI IN CALO. Il Vicepresidente dell’Ordine, Angelo Baiguini ha fornito i dati: 94mila iscritti nel 2024 a fronte di 112mila nel 2012. Ma ci sono circa 30mila “fantasmi”, iscritti che non hanno la posta certificata obbligatoria e non fanno la formazione obbligatoria.

Ha detto anche che le Scuole di giornalismo riconosciute da Roma in giù (Bari, Napoli, Salerno) sono ferme per mancanza di allievi. Le altre sette sono ancora attive.

E che la proposta di riforma dell’Ordine è ferma in Parlamento.

ESEMPIO FRANCESE. Alessandra Costante, Segretaria della Federazione della Stampa, ha detto che oggi il 70 per cento dei giornalisti non ha lavoro dipendente e guadagna fra le poche centinaia di euro a 18mila euro. L’anno.

Ha aggiunto: “Sono d’accordo sulla riforma della professione proposta dall’Ordine, ma è un errore aver mantenuto l’elenco dei pubblicisti”. E ha citato l’esempio francese, dove ottiene la “Carte de presse” chi si sostenta almeno per l’80 per cento con il lavoro giornalistico.

Inoltre: “Sul problema del copyright gli editori italiani sono andati alla spicciolata a trattare con Google e le altre grandi piattaforme. Perdendo in questo modo potere contrattuale”.

85 PER CENTO. Gianni Riotta, Direttore della Scuola di giornalismo della Luiss: “L’Intelligenza artificiale provocherà la sostituzione dell’85 per cento del lavoro giornalistico così com’è fatto oggi. I giornalisti devono imparare a usare i dati, devono puntare sul giornalismo di qualità”.

Ha poi spiegato come nelle città americane la scomparsa dei quotidiani  locali abbia portato alla polarizzazione delle comunità, gli uni contro gli altri. I giornali erano luogo di incontro e di dialogo.

STUDIO E SELEZIONE. Il Direttore de la Repubblica, Maurizio Molinari ha detto che i giornalisti devono “conoscere opportunità e rischi dell’Intelligenza artificiale”, che i giornalisti devono maturare “una capacità di selezione di informazioni di qualità molto alta”, che devono “tornare a studiare”.

UFFICI STAMPA. Davide Desario, direttore Adnkronos: “Il giornalismo non più un lavoro attrattivo. E’ diventato un ripiego, come per molti laureati è l’insegnamento. I giovani migliori aspirano agli uffici stampa delle grandi aziende, per guadagnare buoni stipendi”.

LA REGOLA E’ UNA. Massimo Martinelli, Direttore del Messaggero: “La centralità del giornalismo resta sempre la stessa: la notizia. E l’Intelligenza artificiale non sa come trovare notizie”.

LE NOTIZIE SIAMO NOI. Cristina Pantaleoni, Presidente di GV Press, associazione dei videomakers italiani, ha mostrato tre filmati con gli scoop realizzati dai videomakers, dal figlio di Salvini sulla moto d’acqua, al Presidente La Russa che al Binario 21 non risponde sull’antifascismo, al grido “Viva l’Italia antifascista!” Alla Scala. Ma i videomakers sono spesso sottopagati e non riconosciuti.

PRIMA LINEA. Filippo Sensi, senatore Pd ed ex portavoce di Rutelli e di Renzi ha confermato: “I videomakers sono la prima linea dell’informazione parlamentare”.

E poi: “C’è un’aria di vendetta della politica di ogni colore nei confronti del giornalismo”.

FENOMENO PREOCCUPANTE. Saverio Cicala, da decenni coordinatore degli esami di accesso al giornalismo: “Il praticantato non esiste più e la differenza nella preparazione fra chi frequenta una redazione e chi lavora in solitudine emerge in tutta la sua evidenza nel corso dell’esame”. Secondo: “La preparazione culturale è scesa a livelli a dir poco mediocri, come confermano il lessico usato nelle prove scritte e l’ignoranza disarmante dimostrata dai più, in particolare sulla storia politica e sociale”.

Ha poi fornito i dati sugli ultimi 7 anni di esami: 60 per cento di promossi, in media. I provenienti dalle Scuole arrivano al 70, i laureati al 65.

(Articolo da professionereporter.eu )

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