ernesto assante

 

A soli 66 anni è scomparso il giornalista Ernesto Assante. Storica firma del quotidiano La Repubblica, è stato uno stimato esperto e critico musicale. Una carriera longeva e proficua che lo ha visto anche direttore di diversi supplementi musicali e anche consulente di programmi come il popolare Festival di Sanremo.

Alla notizia della scomparsa del giornalista, critico, blogger e speaker radiofonico, da anni ormai iscritto all’Ordine del Lazio, sono tanti gli amici che lo ricordano sui loro profili social riconoscendo non solo la professionalità e la bravura ma anche la sensibilità umana.

Per onorare il collega scomparso, ospitiamo un ricordo intenso e commosso di Fabrizio Bocca che per tanti anni è stato suo “compagno di banco” e amico.

 

Di Fabrizio Bocca

“Siamo vicini alla conclusione, lo so che la cosa è triste per tutti, ma il rock ci renderà lieto questo finale. Signore e signori, buonanotte!”

Ecco, la conclusione stavolta è arrivata davvero troppo presto. Purtroppo, nessuno ha avuto il tempo di prepararsi, ma solo quello di piangere. Ernesto Assante, che chiudeva quasi sempre così se le sue serate, anzi meglio dire le sue notti fonde, se ne è andato troppo presto, facendoci commuovere per la montagna di cose che ci ha lasciato, ma soprattutto facendoci mancare tutto quello che avrebbe potuto ancora fare e dire, scrivere con qualsiasi attrezzo tecnologico scrivente conosciuto dall’uomo. Un microfono, una telecamera, uno smartphone, un “voice text editor”…

In quelle mani passava di tutto, il suo ufficio a Repubblica era un accumulo di libri, giornali, manifesti, e soprattutto chitarre elettriche e non, tastiere di pianoforte di tutte le dimensioni e tipologie, fiati, percussioni, dischi, nastri, cd, hard disk, computer i più strambi al mondo, i telefonini non ve li dico nemmeno, tecnologia a noi ignota, amplificatori, altoparlanti bluetooth – “che è ‘sta roba, Erne’?”  – quando gli altri stavano con la radiolina all’orecchio e un piccolo spazio al centro che se per caso passava Gazzé o Venditti, Ligabue o Elisa, o anche una banda di ragazzotti che lui aveva visto suonare sui marciapiedi della stazione e aveva trascinato lì, subito poteva dirgli: “Oh, e mica te ne vorrai andare senza suonarci qualcosa no?”. Ovviamente riprendeva tutto. La vita di Ernesto Assante è di fatto un evento pubblico quasi sempre on line.

Molto di tutto questo per fortuna ci resterà, ma a tutti mancherà la sua gioviale frenesia, quell’intraprendenza ottimistica, senza rete e contagiosa. Ernesto Assante non era solo un grande critico musicale, era uno che la musica la conosceva tutta, aveva una sapienza enciclopedica, dalla canzonetta di Sanremo al Jazz. Sparava notizie, voti giudizi, novità, ma soprattutto quella musica l’amava e la viveva in prima persona profondamente.

Ernesto viveva in redazione al ritmo gentile di un giro di Do, ed esplodeva poi nella notte con l’elettricità di uno Springsteen o dei suoi amatissimi Beatles. Non so, ma credo che insieme a Gino Castaldo sui Beatles avesse addirittura una cattedra universitaria. Libri, tomi, dischi, collezioni complete.

Con il suo fratello Gino, Ernesto ha vissuto una vita in musica, sono finiti col diventare una coppia di fatto dello spettacolo a loro volta. La musica, Ernesto, ce l’ha fatta sentire, spiegandocela, raccontandocela in tutte le maniere possibili. Ricordo infinite notti su un palco a raccontare Bob Marley o i Pink Floyd. E l’amata Mark Hanna Band, praticamente la sua famiglia allargata, a sottolineare le parole, i ragionamenti. “Mark, facciamogli sentire un attimo il riff di Revolution…” Si inventava “Beatles vs Rolling Stones” e la gente votava le sfide ad alzata di mano.

Ernesto veniva dal mondo delle avventurose radio private romane, quelle degli speaker notturni in stile Radiofreccia. La sua prima vera solida base di partenza è stata Rai Stereo Notte per poi fare mille giri e sbarcare giovanissimo a Repubblica. Dove ha cominciato a macinare e vivere l’informazione sulla sua stessa pelle. Ogni volta che si apriva un nuovo fronte, Ernesto era il primo a buttarsi. Allegramente spericolato.

Ricordo benissimo un giorno in riunione affermare: “Il futuro, direttore, è un oggetto come questo che è un telefono che però fa anche foto e ti fa sentire musica”. Pensa un po’ che stramberia. Aveva un iPhone, credo l’1, in mano, e tutti ovviamente pensammo che fosse una cazzata.

Assante ha fatto l’apripista con internet, quando gli schermi erano verdi con un quadratino lampeggiante e il collegamento un’avventura tecnologica che manco la Nasa. Il mondo on line non lo ha trovato pronto, lo ha quasi inventato cavalcandolo con qualsiasi mezzo: blog, podcast, radio, tv, i social network, i siti più lontani e i software più innovativi. Tutto. Ernesto lo trovavi dovunque, e del resto basta che googlate il suo nome e vi rendete conto. Un colossale intreccio globale. La tecnologia è diventata fin da subito la sua astronave spaziale che spargeva musica nel nostro universo.

A Repubblica gli vorremo sempre bene perché una sera di oltre dieci anni fa, all’improvviso, Ernesto e Gino si inventarono di andare in diretta on line, mandando un po’ di musica e chiacchierandoci sopra. Come racconta Massimo Razzi la preparazione non arrivò a due ore, per fare la diretta richiamarono un tecnico che se ne era ormai andato e che tornò apposta al giornale col cane che stava portando a fare pipì. Che ovviamente scodinzolava ripreso dalle telecamere. Ernesto e Gino telefonarono a un po’ di amici dicendo di guardarli on line, e quando il cane apparve in video: “Beh almeno non potranno dire che non c’era un cane a guardarci”.

Ne nacque Webnotte che divenne ben presto un cult, il primo vero successo di un evento spettacolo on line trasmesso da un giornale. Un happening sullo stile di “Quelli della Notte” ma rifatto tra i corridoi di un quotidiano di informazione, con la band che suonava alla meno peggio, attaccando gli amplificatori alle prese delle scrivanie, tra i giornalisti al lavoro.

Poteva venire a suonare qualcosa Pino Daniele o potevi incappare in Favino che imitava Fred Bongusto, grandi artisti e sconosciuti. I giornalisti davano i loro contributo con quel che passava loro per la testa: c’era chi suonava, chi veniva con le immagini di scritte fotografate per strada (“Io muoio d’amore per te e tu? Io te porto i fiori…”), faceva classifiche delle più orride canzoni sentite (Nino D’Angelo che aveva tradotto “Let it Be”, titolandolo “Gesù Crì”), chi discettava dell’“incomprensibilità di De Gregori”, sintetizzando il tutto in un minuto. Straordinario, indimenticabile.

A Ernesto dobbiamo tutti qualcosa, spesso molto. La sua amicizia più di tutto. Ma Ernesto è stato tra quelli che hanno sostanzialmente elevato i media tradizionali dalla palude dell’informazione ingessata, lanciandola nel futuro e allargando all’infinito il campo degli interessi.

Assante aveva solo 66 anni e lavorava come se ne avesse 20. Ma per lui non era un lavoro, questo happening continuo di cose e avvenimenti era la sua stessa vita. Gli hanno davvero voluto tutti bene e i primi a sentirne il vuoto sono stati gli artisti che lo hanno sempre sentito come parte integrante del palcoscenico.

Come hanno scritto, se è vero che Assante se ne è andato troppo presto è anche vero che ha vissuto almeno tre vite. Sempre sorridendo. “Here comes the sun” Ernesto.

 

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