Continuo a ricevere telefonate e messaggi da parte di colleghi esasperati perché spesso e volentieri si infilano in un ginepraio da cui non sanno  come uscire. Su questo vorrei tranquillizzarli, perché all’Ordine del Lazio ci sono dipendenti bravissimi che sanno come rispondere e risolvere i problemi. Ma il nocciolo non è questo: è la legge ad essere sballata ed ho cercato di spiegarlo in una mia precedente riflessione. Un giornalista non può essere paragonato per la sua professione ad un medico o ad un avvocato. Quando i professori, seguaci di Ippolito,  si riuniscono a convegno possono mettere al corrente i loro colleghi di “scoperte” o risultati che possono essere determinanti per il futuro di alcune pericolose malattie. Ma un giornalista che può dire ad un altro giornalista, se non fare la cronistoria della sua carriera, magari ricca di scoop e di ottimi reportage? Lo si può definire aggiornamento? Non mi pare. Andiamo avanti. Mi telefonano colleghi della mia generazione, facendomi notare un particolare di non poco conto. Molti sono stati o sono direttori, capi redattori, inviati di un certo livello. Ebbene, loro saranno “costretti” ad andare a lezione da giornalisti più giovani che sono stati loro redattori ( o che forse lo sono ancora). Posso usare un termine che mi sembra appropriato? E’ una umiliazione che dovrebbe essere evitata. Mi ricorda atteggiamenti della Cina maoista che fortunatamente sono stati cancellati dalla storia. Insomma, questo problema dell’aggiornamento professionale continua a non far dormire a molti sonni tranquilli. Allora, perché non prendere per buona una proposta che ho già fatto in precedenza: si crei una delegazione formata da pochissime persone ben qualificate e si vada a discutere con il ministro Orlando dimostrandogli come certe volte tornare indietro vuol dire fare un passo avanti.

Un caro saluto a tutti da Bruno Tucci.

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