La decisione del Consiglio regionale del Lazio di sospendere i colloqui previsti per gli aspiranti pubblicisti, mi trova completamente contrario.

Significa tornare indietro di anni e andare contro una consuetudine approvata dal Consiglio Nazionale e seguita da moltissimi altri ordini. In questa maniera non si promuove la professionalità e la meritocrazia, perché molti giovani sono completamente impreparati, come hanno dimostrato i colloqui svolti negli ultimi anni.

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Discussion - 4 Comments
  1. Ruben

    nov 12, 2013  at 15:20

    Con tutto il rispetto, ma quando lei parla di meritocrazia e preparazione, allora mi potrebbe spiegare la ragione per cui i laureati di Scienze della Comunicazione, che hanno alle loro spalle tutti gli esami sul campo dell’informazione e pagato una marea di soldi per conseguire un titolo, dovrebbero svolgere ugualmente quest’esame statale? Che senso ha se hanno già un titolo riconosciuto sul campo, già con un percorso formativo triennale?
    Vedendo il programma chiesto da voi, lo studente di SdC nel suo percorso da “triennalista” ha già svolto questi esami: Storia Contemporanea, Dir. dell’Informazione, Dir. Pubblico, Dir. dell’EU, Giornalismo, Sociologia della Comunicazione, Laboratorio di scrittura, Comunicazione Pubblica, Psicologia della Comunicazione, Comunicazione di Rete, Istituzioni di Sociologia e Storia della Radio e Televisione, Legislazione e norme editoriali, Formati della Radio e TV, Etica della Comunicazione, Modelli e Processi della Comunicazione, Filosofia della Comunicazione, ecc.
    Con questo enorme e immenso bagaglio culturale, per quale ragione gli viene richiesto un altro esame per diventare pubblicista?
    Non crede che vada un attimo riguardato tutto l’ambito formativo di questo settore?
    Le pare normale che uno studente di Comunicazione debba in qualche modo avere lo stesso trattamento di chi non ha mai affrontato alcuna di queste materie nel proprio percorso di studi? Cerco di esser ancora più chiaro: una prova orale di 30/60 minuti può essere paragonabile a quella di tot. esami riconosciuti durante il percorso universitario?
    A fare il pubblicista ci arrivano cani e porci da anni, se vogliamo essere sinceri, ma la colpa non è di chi interroga, bensì di tutto questo sistema che è sbagliato, bugiardo e pieno di contraddizioni.
    Sia chiaro, questa è solo una piccola nota che andrebbe evidenziata perché qui c’è molto altro da discutere, a partire dal vergognoso sistema di sfruttamento che c’è ai danni degli aspiranti, costretti in buona parte a pagarsi da soli gli articoli.
    Non c’è etica dietro alla preparazione del candidato e dunque mi viene spontaneo chiederle: come possono crescere questi? Qui non è più un discorso del dovere o del sacrificio, ma del percorso di crescita del candidato eticamente sbagliato.
    Contento della sterzata decisa dei suoi colleghi sull’abolizione di quest’esame pieno di contraddizioni, ma andrebbe comunque riguardato un po’ tutto il sistema, qualificando in miglior modo questo albo che onestamente parlando è considerato solo un pezzo di carta in più. Da laureato in SdC trovo umiliante che i nostri settori siano trattati così malamente e non mi sorprende affatto che poi ci definiscano “nullafacenti” o “studenti di scienze delle merendine”.
    Non è giusto.
    Cordiali Saluti.

    • Remigio Russo

      nov 12, 2013  at 15:20

      Ruben, c’è una questione di fondo ed è quella che il sistema italiano prevede che per determiniate professioni siano gli Ordini o Collegi a garantire la buona fede dei cittadini rispetto al professionista della materia che si trovano davanti. Una funzione di garanzia – rispetto in modo particolare all’etica e alla deontologia professionale – che non può dare l’Università, la quale ha il compito di formare, istruire e ricercare.
      Si potrebbe discutere sulla validità o meno di questo nostro sistema, questo sì. Tieni presente, però, che il sistema normativo di un Paese è anche espressione della cultura di quel Paese… Per cui non serve a nulla fare riferimento «al Paese X dove si diventa giornalista senza Ordini e altro».
      Personalmente sto pensando al tuo corso di studio come a un equivoco: comunicazione non è informazione. Solo una piccola differenza semantica? Non so…

      • Ruben

        nov 13, 2013  at 15:20

        Infatti l’informazione è un iponimo della comunicazione. Direi quindi che c’è una semplice classificazione tra le due parole che comunque le tiene all’interno della stessa famiglia semantica. Perché tenerle separate? E’ sbagliato, secondo me.
        Più della metà degli studenti di Scienze della Comunicazione aspirano a diventare giornalisti e studiano materie che riguardano questo settore, con docenti che sono professionisti sul campo e le ripeto che tutto il programma previsto nel vostro colloquio è affrontato anche nelle università. Il fatto che vivano parallele e necessariamente distaccate continuo a non comprenderlo.
        Da sempre, mi son chiesto come sia possibile che quest’albo, a differenza degli altri, non abbia un percorso di formazione teorica connesso alla base. Penso ad esempio giurisprudenza, psicologia, medicina, che prevedono proprio una crescita formativa prima di arrivare alle prove finali di ammissione, con tanto di un organo di commissione statale.
        Qui invece bastano 80 articoli, con guadagni praticamente impossibili, e si arriva a praticare questo mestiere, con un colloquio di 30 minuti. Già questa differenza, sminuisce la figura di un giornalista e non la trovo una cosa giusta.
        Poi, altra cosa che penso continuamente: oggi l’informazione cavalca molteplici vie della comunicazione: non basta più scrivere e sapere gli obblighi della professione, anzi nell’era digitale bisogna conoscere i metodi migliori per far prevalere una notizia rispetto alla concorrenza, renderla di qualità e conoscere a fondo i criteri strutturali che il web pretende perché l’informazione non venga ignorata, ergo ci vogliono competenze ancora più approfondite che nei programmi attuali sono trattati in maniera marginale (questo vale anche in alcune università della comunicazione) o persino ignorati.
        Io non sono favorevole a chi dice che può scrivere chiunque (e i pessimi risultati sono drammaticamente visibili) e nemmeno al precedente sistema di ammissione appena abolito, bensì credo fortemente che l’informazione abbia la necessità di ritagliarsi un proprio spazio per ottenere il giusto privilegio che gli spetterebbe, con un metodo formativo connesso alle università che studiano a 360° la comunicazione.
        La commissione dovrebbe essere uno stadio finale di una preparazione del candidato molto più approfondita e curata: ne va di mezzo non solo la qualità, ma anche la necessità di rimanere al passo coi tempi.
        Io vedo sempre più contenuti multimediali scopiazzati qua e là, video amatoriali e foto prelevati da giornali autorevoli senza citare gli autori e tanto altro di cui molto probabilmente ne sarete già a conoscenza: questo non dovrebbe esistere. Lo sharing è una cosa, il copiare illegittimamente è un’altra, eppure si sta diffondendo in maniera aberrante questo fenomeno che gli stessi giornalisti pare ignorino.
        Ecco, detto questo, qui il problema non risiede solo nell’esistenza di una commissione, ma di una scadente preparazione a 360° che non può essere appresa soltanto attraverso una dozzina di libri e 80 articoli.
        Se potete costruire un qualcosa di nuovo, abbiate il coraggio di farlo. E a chi dice che la mia idea sia un sistema contro il XXI art. della Costituzione Italiana, ricordo che la rete non vieta a nessuno di parlare, ma una cosa è scrivere una notizia, con tutto quello che c’è da sapere e le tutele che un giornalista dovrebbe avere e dare, un’altra è “dire la propria” che nell’era digitale a nessuno è impedito.
        Con questo, non credo di fare dei torti a qualcuno, bensì solo il bene di una figura professionale che è visibilmente sempre più in crisi.
        Cordiali Saluti

  2. Land

    nov 13, 2013  at 15:20

    Totalmente d’accordo con Ruben su tutta la linea. Aggiungo che per conseguire l’abilitazione alla professione medica ed essere di fatto inseriti nell’albo dei medici bisogna, una volta laureati in Medicina, fare un esame di stato che arriva dopo qualche mese di affiancamento ad un medico di base. Le competenze richieste sono quelle acquisite durante il percorso di studi, né più né meno. Vogliamo l’albo serio per i pubblicisti? Bene, io sono il primo ad essere d’accordo; allora esportiamo lo stesso modello di Medicina. Facciamo fare un esame a chi esce da SdC dopo qualche mese di esperienza in una redazione (redazione segnalata in un elenco creato in maniera ufficiale e alla quale si accede senza dover prostituirsi).
    60 o 80 o 100 articoli sono una buffonata, 5000 euro una follia considerando che per guadagnarli bisognerebbe scriverne 2000 visto quanto pagano di media, se pagano, oggi le testate.

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