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La formazione dei giornalisti costa molto. E i soldi non ci sono.

I consigli regionali dell’Ordine dei giornalisti alle prese con le ricadute della legge Severino.L’organizzazione economica e operativa è difficile.

Problema urgente e complesso per i consigli regionali dell’Ordine è l’affrontare le ricadute della legge Severino – sulla quale i giornalisti avrebbero dovuto avere un atteggiamento più dialettico col ministero della giustizia – e i regolamenti conseguenti adottati dal consiglio nazionale sulle spalle dei regionali. Consigli di disciplina e formazione obbligatoria hanno lasciato agli organi periferici la responsabilità di un’organizzazione difficile da gestire sia sotto il profilo economico, sia alla voce personale operativo. Conosco meglio la situazione dell’Emilia-Romagna e di questa scrivo.
In questa regione calano le iscrizioni (per la prima volta ci sarà un saldo negativo) tanto per professionisti e praticanti quanto per gli elenchi speciali. Quindi minori entrate per coprire maggiori spese. Come è noto a Bologna non si pagano (a differenza di altri ordini regionali) gettoni di presenza ai consiglieri e il prossimo bilancio (del quale si è iniziato a parlare in questi giorni) sarà anche alleggerito delle spese per la rivista trimestrale perché tutta l’informazione dell’Ordine passerà sul web (ma anche il rifacimento del sito avrà un costo). Neppure i membri del Consiglio di disciplina prenderanno gettoni di presenza, ma l’assicurazione ha costi pesanti.
Il nodo centrale è comunque la formazione, obbligatoria per tutti gli iscritti attivi. Quindi sarà necessario compilare una scheda per ogni iscritto (circa settemila in Emilia-Romagna) e aggiornarla sistematicamente per arrivare ai punteggi necessari ad ogni iscritto come prevede un assurdo regolamento.
Nell’ultima legislatura del Consiglio nazionale mi sono inutilmente battuto per rendere il regolamento attuativo della legge più utile e pratico sostenendo che la formazione obbligatoria per i giornalisti deve restare ancorata alla deontologia e alle sue applicazioni, cioè ai binari dai quali il giornalista non deve deragliare per svolgere correttamente il suo mestiere. Invece il regolamento prevede punti per pubblicazioni, docenze, convegni e altre attività che poco hanno a che vedere con etica e deontologia e che comunque fanno parte di esperienze e formazione personali del giornalista.
L’organizzazione dei corsi ha ovviamente costi: programmi, sale capienti, docenti, meccanismi di controllo della partecipazione (chi non raggiunge i punteggi stabiliti finisce ai Consigli di disciplina) equivalgono a troppi euro per essere sopportati da un Consiglio regionale. Vero che il Consiglio nazionale ha stanziato un milione e duecentomila euro per la formazione, ma il meccanismo di ripartizione non è noto.
Poiché è inimmaginabile ritoccare le quote (pilatescamente il Consiglio nazionale dice ai Consigli regionali che comunque possono alzarle, lasciando a Roma però la stessa percentuale) ed è altrettanto difficile che si possa fare marcia indietro sul regolamento della formazione, il problema resta come reperire i quattrini. Perciò, o il Consiglio nazionale si assume l’onere e il controllo della formazione di tutti i giornalisti italiani (operazione titanica quindi impossibile) o modifica la percentuale di ripartizione delle quote associative a vantaggio dei regionali. Per questo servirebbe un coordinamento e un’azione comune dei Consigli periferici che però al momento sembra lontana. Uno stallo pericoloso sulla via dell’autodissoluzione.

Beppe Errani – Voltapagina

Link: http://voltapagina.globalist.it/Detail_News_Display?ID=92287

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Discussion - One Comment
  1. Vittorio Roidi

    dic 09, 2013  at 18:33

    Occorre un regolamento flessibile e sono norme che si devono applicare con rigore solo a coloro che intendono vivere di giornalismo. Non deve essere una costrizione, ma lo strumento per alzare la qualità.

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